lunedì 7 luglio 2025

Lo scorporo e la cessione dell’area di Pietro Tanlongo

In origine, a fronte dell’imponenti acquisizioni fatte da Vittorio Emanuele II dopo che ebbe acquistato nel 1872 la villa dai Potenziani, potente famiglia reatina, l’estensione di Villa Ada comprendeva un’area verso Via di San Filippo, spesso identificata come “area Tanlongo” in virtù del fatto che questa, come riportato in una pianta relativa all’esproprio di alcune aree effettuato intorno al 1870 in occasione della costruzione di Forte Antenne, apparteneva all’avvocato Pietro Tanlongo, figlio del più noto Bernardo, Governatore della Banca Romana, che sarà poi travolta, nel 1892, dal famoso scandalo.

Quando Vittorio Emanuele III riacquisterà la villa nel 1904, con effetto retroattivo, avendone preso possesso già dall’anno prima, è ragionevole che questa comprendesse tale area, probabilmente acquistata da Pietro Tanlongo nel periodo in cui la villa era, come già detto, della Banca Romana.

La pianta relativa all’esproprio, con evidenziata l’area di Pietro Tanlongo

Per maggior chiarezza, nell’immagine qui sopra, tratta dalla pianta dell’esproprio in questione e custodita presso l’Archivio Storico Capitolino, ho quindi evidenziato in giallo la proprietà e in rosso un casale, identificato in alcune piante di epoca successiva come Casale Tanlongo, che trovate sulla mia mappa sotto la voce “Resti di un edificio (Tanlongo)” e del quale oggi ne rimane solo una piccolissima traccia, di fatto solamente una delle finestre.

Questa area, che rispetto alla pianta dell’esproprio si estenderà inglobando anche quella adiacente a nord, identificata nella pianta come “terreno argilloso”, oggi non fa più parte della villa, dato che, intorno al 1940, fu ceduta dai Savoia per un progetto di lottizzazione, che si tradusse nella realizzazione, oltre che di alcuni palazzi, di quelle che oggi sono Via Giacinta Pezzana e Via Ettore Petrolini, come si può vedere dall’immagine che segue, una pianta del 1945 custodita nel Fondo della Real Casa presso l’Archivio Centrale di Stato, nella quale si vede chiaramente la marcatura di tale area, ad evidenziare appunto la sua esclusione dalla villa e la traccia di quelle che poi sarebbero diventate le due strade in questione.

Fondo della Real Casa – Pianta del 1945

L’area in questione, come risulta da una relazione peritale, aveva una dimensione complessiva di poco superiore ai 6 ettari, come si può vedere nell’immagine qui sotto, che altro non è che l’ultima pagina di tale relazione, dove sono riportati i computi metrici.

Relazione peritale sull’area in questione

Di tale operazione ho trovato ampia traccia nel già menzionato Fondo della Real Casa, ma nella sottosezione “patrimonio privato”, purtroppo ancora non catalogato se non in piccolissima parte, traccia che si concretizza in alcune planimetrie dell’area in questione, ciascuna delle quali evidenzia un particolare aspetto e che complessivamente mostrano come tale cessione sia stata analizzata con un discreto dettaglio, immagino per definire il corretto importo della cessione e dei successivi impegni per trasformare l’area da agricola-rurale in residenziale.

Tra tutte queste planimetrie, ritengo interessante quella mostrata qui sotto, nella quale ho evidenziato ciò che resta oggi degli edifici riportati nella planimetria stessa, tra i quali si può notare il casale sulla sinistra, oggi sede del Liceo Azzarita e che, confrontato con la sua forma attuale, lascia intendere che sia stato ampliato anche nel corpo principale.

Planimetria dell’area, con il dettaglio degli edifici

Nell’immagine che segue, invece, trovate l’unione di due ulteriori planimetrie, con la prima che riporta gli edifici presenti e la posizione delle garitte a controllo dell’area – ricordo che al tempo i Savoia erano la famiglia reale, per cui avevano certamente un corpo di guardia che proteggeva le loro proprietà – e la seconda, più schematica, che riporta a margine la superficie dell’area, peraltro suddividendola in due sotto aree – gialla e rossa – il cui significato non sono riuscito però a determinare.

Due diverse planimetrie dell’area

Per un confronto tra ieri e oggi, ho poi fatto una sovrapposizione, che trovate qui sotto, tra l’immagine odierna presa da Google Earth e uno dei disegni in questione, dalla quale si vede chiaramente come l’area sia stata trasformata con la realizzazione delle strade e la costruzione dei palazzi.

Sovrapposizione tra la planimetria e l’immagine di Google Earth

Interessante anche l’evoluzione dell’area riportata nei piani regolatori, area che risulta ancora parte della villa nei piani regolatori del 1926 e la sua variazione del 1931, anche se, rispetto alle planimetrie, già si può notare come la parte nord dell’area sia già destinata a interventi edilizi e di viabilità.

Piano regolatore del 1926 e variazione del 1931

Nel piano regolato del 1962 – purtroppo l’immagine ha una bassa risoluzione – l’area risulta invece già completamente urbanizzata.

Piano regolatore del 1962

Interessante anche una foto area del 1945, scattata dalla Royal Air Force (RAF) e custodita presso l’Aerofototeca Nazionale, nella quale ho evidenziato in giallo l’area in questione, che al tempo era ancora totalmente parte di Villa Ada, come si può notare dalla presenza di alberi e prati, a che conferma che gli interventi previsti nella parte più a nord dai piani regolatori precedenti a tale anno ancora non erano stati avviati.

Foto aerea del 1945

In un’altra foto aerea, scattata dall'Aeronautica Militare nel 1960 e anch’essa custodita nell’Aerofototeca Nazionale, si possono vedere i palazzi costruiti, mentre si nota ancora la mancanza della prosecuzione di Via Giacinta Pezzana, che in tempi recenti diventerà Via Anna Magnani, verso Via di Ponte Salario, che al tempo finiva all'altezza di Forte Antenne.

Foto aerea del 1960

Concludo dicendovi che, a oggi, non conosco le motivazioni che spinsero i Savoia a cedere quella parte della villa, anche se forse fu il fatto che l’area rappresentasse una sorta di appendice rispetto ai confini che oggi conosciamo, ben lontana dalla zona degli edifici abitati dai Savoia e per la quale Vittorio Emanuele III probabilmente non aveva più interesse, ricordando che la zona del Roccolo ebbe il suo momento di splendore sotto Vittorio Emanuele II, amante della caccia, tanto che elesse tale zona a sua riserva privata, passione che non risulta ereditata da suo nipote.

domenica 6 luglio 2025

La controversia tra Giovanni Campbell Smith de Heritz e Vittorio Emanuele II

Non si può certo dire che la storia di Villa Ada sia stata noiosa e priva di momenti particolari, non solo storici, con gli innumerevoli passaggi di proprietà, ma anche animati da scontri e controversie, come quella che vide contrapposti Vittorio Emanuele II ed Emilio Richter e quella della quale vi parlo oggi, sempre tra Vittorio Emanuele II e Giovanni Campbell Smith de Heritz, normalmente noto più sinteticamente come Conte Smith, relativa, come spesso accade, a questioni sui confini delle rispettive proprietà e dei costi a essi legati, per i quali si rese necessario stipulare una convenzione che definisse e formalizzasse gli accordi, come mostrato nell’immagine che segue e che rappresenta il frontespizio di un corposo documento custodito presso l’Archivio Centrale di Stato e facente parte del Dondo della Real Casa.

Frontespizio della proposta di convenzione tra le due parti

Il Conte Smith, cosa forse non nota a tutti, possedeva importanti proprietà nella zona verso Via di San Filippo e su quella che oggi è Via Panama, strada che al tempo ancora non esisteva, come evidenziato in rosso nella seconda immagine, estratta da una pianta di Roma del 1885 che riporta anche i nomi dei proprietari delle principali aree e dove in verde ho evidenziato gli attuali confini di Villa Ada.

Estratto dalla pianta di Roma del 1885, con evidenziati i confini delle due proprietà

All’interno di tali proprietà, nella parte verso Via di San Filippo e Viale Romania, vanno scuramente ricordate la bellissima Villa Heritz, oggi sede dell’Università LUISS, Villa Digne, Villa Lecce, Villa Simonetti e altri edifici minori.

Come già anticipato, la controversia è ben descritta in un documento datato 11 dicembre 1875 e custodito presso l’Archivio Centrale di Stato che, nella sostanza, è un’estesa relazione, affidata a periti esterni, che descrive gli aspetti salienti della controversia e la relativa proposta di ripartizione dei costi associati agli interventi necessari affinché questa potesse concludersi, ed è anche brevemente menzionata da Emilio Richter nel suo compendio che descrive la sua lunga controversia, iniziata con Vittorio Emanuele II e poi continuata con Umberto I, suo erede, dove riporta quella con il Conte Smith come uno dei tanti motivi per il quale vi furono ritardi nella consegna della villa.

Ritornando alla controversia, dai documenti emerge chiaramente come questa fosse, come anticipavo, legata a questioni di confine tra le due ampie proprietà e dei relativi costi da sostenersi per realizzare le opere necessarie a definire una chiara loro separazione, tanto che il documento ha come titolo “Progetto di convenzione tra l’amministrazione del patrimonio privato di Sua Maestà ed i signor Conte Smith”.

Tutto sembra ruotare attorno alla gestione del muro di separazione delle due proprietà, muro che oggi viene indicato come “muro storico”, più interno di quello chiamato invece “muro moderno”, realizzato successivamente da Vittorio Emanuele III intorno al 1940 e che separa la villa da Parco Rabin.

Nella prefazione al documento si legge infatti che le due parti convennero che tale muro fosse da considerarsi comune alle due ampie proprietà e, di conseguenza – e qui è l’oggetto di quella che poi diventerà la controversia – di quale dovesse essere il prezzo di cessione dei diversi tratti di tale muro che, al tempo, erano dell’uno o dell’altro proprietario, come evidenziato in rosso nell’immagine seguente.

Punto 1 della convenzione – Proprietà dei diversi tratti del muro

In altri termini, da quanto si capisce – è una mia ipotesi, si badi bene – i periti nominati dovevano valutare il valore complessivo del muro, suddividerlo in base alla effettiva proprietà e poi definire le rispettive quote affinché, nello spirito dell’essere un bene comune, ciascuna delle parti contribuisse alle spese secondo la percentuale complessiva di possesso.

Oltre al muro, tuttavia, la questione riguardava anche una strada che, dalla proprietà Smith, giungeva fino a Ponte Salario, strada che da quanto si evince doveva essere ceduta ai Savoia, per un valore definito da apposita perizia.

Questa strada, oggi difficilmente identificabile con precisione, partiva dal margine proprietà Sabatini, che di fatto rappresentava al tempo una sorta di divisorio tra quelle di Smith e dei Savoia e che, qualche anno più tardi, sarà acquistata dai Savoia, strada che potrebbe in parte coincidere con il Vicolo del Canneto, che al tempo partiva da Via di San Filippo e si inoltrava nella villa, seguendo per un tratto quello che oggi è l’ampio viale che dal lago inferiore porta verso la parte alta della villa, poi, come evidenziato nell’immagine seguente, la relazione evidenzia come fosse necessario attraversare un terreno, superare un cancello, per ritrovarsi sul Vicolo della Noce, la cui percorrenza avrebbe finalmente condotto a Ponte Salario.

Parere dei periti sulla strada dalla Vigna Sabatini a Ponte Salario


Questo percorso tortuoso è rintracciabile nella pianta del Catasto Gregoriano del 1816, anche se in essa viene evidenziato come il Vicolo della Noce non fosse in realtà un percorso continuo, ma presentava un’interruzione in corrispondenza del fienile, oggi sede del Circolo Ippico Cascianese, per poi riprendere in corrispondenza di quello che oggi è l’ingresso su Via di Ponte Salario, dal quale, seguendo il tracciato odierno della strada, arrivava sulla Salaria.

La pianta del Catasto Gregoriano con l’evidenziazione della strada

Relativamente alla strada che attraversava le proprietà, come si può leggere nel passo evidenziato nell’immagine che segue, il parere dei periti fu quello di non doversi alcun compenso da parte dei Savoia, proprio per il fatto che tale percorso non era costituito da una strada in continuità, ma piuttosto da una sorta di servitù di passaggio per l’accesso alle diverse proprietà, proprietà che peraltro saranno acquistate dai Savoia nell’ambito del progetto di espansione della villa.

Parere dei periti sul compenso dovuto dai Savoia al Conte Smith

Insomma, i punti oggetto di discussione erano più d’uno e, vista la corposità della relazione, sicuramente non fu facile derimere la questione, anche se nel documento viene comunque proposta una ripartizione economica tra le due parti, così come evidenziato nell’immagine qui sotto, dalla quale si può vedere come, secondo i periti, i Savoia avrebbero vantato un credito nei confronti di Smith di poco più di 332 Lire.

Il computo dei costi calcolato dai periti

Purtroppo, dai documenti che ho trovato presso l’Archivio Centrale di Stato, non sono riuscito a capire come si sia effettivamente conclusa la controversia, anche se, considerando il ruolo dei Savoia, immagino che alla fine tutto sia andato come loro volevano.

Concludo dicendovi che, controversia a parte, la convivenza tra Vittorio Emanuele II e il Conte Smith fu decisamente burrascosa e fu oggetto di un’ulteriore disputa legale, sempre legata ai diritti di passaggio, come ben raccontato in un articolo da Lorenzo Grassi.

sabato 5 luglio 2025

Il cippo del 1826, vicino al buco su Via di San Filippo Martire

Chi mi segue sa che ho una sorta di passione morbosa per i cippi, tanto che rappresentano di gran lunga ciò che vado periodicamente cercando, durante le mie esplorazioni nella bellissima Villa Ada e il cippo del quale vi parlerò è stato tra i primi che ho notato, ma anche uno dei più complicati da interpretare, tanto che, a oggi, non sono arrivato ad alcuna conclusione.

Il cippo in questione si trova sul sentiero che porta verso Via di San Filippo, dove sul muro di separazione della villa c’è il famoso buco, noto anche come “Bocca del Satana”, nome pittoresco e non si sa da chi deciso, che rimanda ai presunti riti satanici svolti all’interno della villa, come ipotizzò questo articolo del 2015.

Riti satanici a parte, il cippo è di fattura modesta, di dimensioni ridotte e presenta un’importante scheggiatura, che rende ancora più complessa la determinazione del suo ruolo. Nella parte frontale, il cippo riporta la data 1826 – in realtà il numero 1 iniziale manca a causa della scheggiatura, me è del tutto ragionevole che fosse lì – come si può vedere nell’immagine che segue, dove ho evidenziato in giallo la data, e nella parte superiore due lettere, anch’esse evidenziate, delle quali la seconda è sicuramente un “G”, mentre la prima, a causa della scheggiatura della quale vi parlavo, è di impossibile determinazione, visto che di lettere con quella forma ce ne sono diverse.

La parte anteriore del cippo, con le incisioni evidenziate

Il retro del cippo, al contrario, non presenta alcuna incisione, come potete vedere qui sotto.

La parte posteriore del cippo

Assumendo che la data riportata sul cippo coincida con quella della sua posa, si può desumere che questo fu posto nel periodo in cui Luigi Pallavicini possedeva parte della villa, anche se la zona dove è il cippo era esterna ai possedimenti del principe, che come ho raccontato nel post sulla storia della villa, aveva acquistato solo tre vigne che insistevano su Via Salaria, a partire da quello che oggi è l’incrocio con Via Panama, zona dove poi avviò imponenti lavori, che portarono tra l’altro alla realizzazione del Tempio di Flora e del Belvedere.

Per cercare di capirne di più e come spesso faccio, sono partito dal Catasto Gregoriano del 1816, il primo catasto particellare, dal quale emerge tuttavia una situazione, per così dire, anomala, visto che il cippo appare collocato al centro di un’ampia proprietà, che includeva quella che poi diventerà, quasi cent’anni dopo, Villa Polissena, edificio indicato con la particella 112, e un altro edificio, oggi sparito, indicato con la particella 110, e non, come normalmente accade, su una linea di confine, con il ruolo di indicarne la collocazione o, come più spesso accade, di evidenziarne un cambio di direzione.

Sovrapposizione tra la pianta del Catasto Gregoriano e l’immagine di Google Earth

Nell’immagine qui sopra, vedete quindi la sovrapposizione della pianta del Catasto Gregoriano con l’immagine satellitare presa da Google Earth, dove ho evidenziato la posizione del cippo, la sua foto e la linea di confine della proprietà, che come si può vedere dalla quarta immagine, estratta dal brogliardo del catasto, risulta intestata a Stefano Bettelli Olivieri – a voler essere precisi, dopo il nome “Olivieri” compare il nome “marianna”, che sembra però scritto con l’iniziale minuscola, cosa che non ne rende chiaro il ruolo.

Brogliardo del Catasto Gregoriano

Questa attribuzione di proprietà, tra l’altro, sembra poco coerente con le lettere riportate sul cippo, anche assumendo che la prima, quella parziale, indicasse la “O” di Oliveri, resterebbe il dubbio della “G”, non riconducibile allo stesso proprietario.

Anche volendo assumere un’imprecisione nella pianta del catasto, che però si è sempre dimostrata molto accurata nelle posizioni e distanze, appare difficile ipotizzare che il cippo potesse in realtà essere stato posto a delimitare il confine della particella 110, quella relativa all’edificio, che nel brogliardo viene descritto come “casa con corte ad uso della vigna”, cosa tra l’altro molto comune per tutti gli edifici che, al tempo, erano presenti in una zona vocata, appunto, a vigneti o a coltivazione.

Per puro scrupolo, anche se la cosa ha poco senso, vista la data riportata sul cippo, ho fatto, come si può vedere nella quinta immagine, analoga operazione con la pianta del Catasto Rustico, nel suo ultimo aggiornamento del 1903, ma anche in questo caso, pur con le variazioni occorse nell’intervallo di tempo tra i due catasti, con una evidente frazionamento dell’ampia proprietà riportata nel Catasto Gregoriano, il cippo appare collocato lontano dalle linee di confine.

Sovrapposizione tra la pianta del Catasto Rustico e l’immagine di Google Earth

Purtroppo, il brogliardo del Catasto Rustico non è disponibile online ed è anche strutturato in modo diverso rispetto a quello del Catasto Gregoriano, essendo costituito da un insieme di registri, consultabili solo presso la sede dell’Archivio di Stato di Roma, per cui al momento non sono in grado di capire se un eventuale cambio di proprietà, avvenuto nel 1826 e per qualche motivo non recepito dal Catasto Gregoriano, possa dare un senso alle due lettere riportate sul cippo. A rendere ancora più complessa una ricerca in tal senso, va ricordato che al momento il Catasto Rustico non è accessibile perché in fase di digitalizzazione, come riportato in un post dell’Archivio dello Stato di Roma, per cui solo al termine di tale operazione sarà forse possibile avere una risposta in merito.

Insomma, per il momento – un momento che durerà a lungo, temo – le domande rimangono senza riposta e il cippo continuerà a conservare il suo mistero.

Concludo, dicendovi che il cippo in questione è presente sulla mia mappa della villa e identificato come “Cippo 1826”.