mercoledì 2 luglio 2025

La torre gotica

La torre gotica accanto alla palazzina reale e un suo ingrandimento

L’alta torre che si trova accanto alla Palazzina Reale, detta appunto torre gotica per via del suo aspetto, fu realizzata nell’ambito dei lavori che Vittorio Emanuele II affidò a Emilio Richter, con il quale, peraltro, ci fu una lunga controversia, proprio legata al pagamento di tali lavori.

La torre viene chiaramente menzionata nel volume che Emilio Richter scrisse come una sorta di memoria per la controversia, come potete vedere nell’immagine qui sotto e il suo ruolo, come forse non tutti sanno, non era meramente estetico ma serviva per nascondere alla vista il grande serbatoio per la raccolta dell’acqua necessaria per irrigare le moltissime piante che il re volle mettere a dimora nella villa.

Estratto dalla memoria di Emilio Richter

La torre, come potete vedere dall’immagine seguente, ha una struttura cilindrica con l’estremità merlata e riporta lo stemma dei Savoia, simile a quello che compare sulle Scuderie d’Agenzia, il primo degli edifici che costituiscono le Scuderie Reali, ma di fattura più semplice, come si evince dal confronto tra la prima foto e quella qui sotto, relativa allo stemma presente sulle scuderie.

Stemma Savoia sulle scuderie d’agenzia

Sulla sommità della torre è presente un alto parafulmine, la cui installazione è probabilmente successiva alla realizzazione della torre, come sembra desumersi da un documento presente nel Fondo della Real Casa custodito presso l’Archivio Centrale dello Stato, documento che vedete qui sotto e che menziona sia il parafulmine in questione, che una scala probabilmente interna alla torre.

Fondo della Real Casa – Lavori alla torre gotica

martedì 1 luglio 2025

Il campeggio di Monte Antenne

 

Alcune foto del campeggio di Monte Antenne – Fonte: Istituto Luce

In occasione dei giochi olimpici di Roma del 1960, il Comune di Roma realizzò, nell’area circostante Forte Antenne, un campeggio che avrebbe dovuto ospitare i turisti che sarebbero arrivati in tale occasione.

Un campeggio turistico era in realtà già presente a Villa Glori, quindi non troppo distante, ma visto che il Forte Antenne era stato oramai liberato dall'esercito, si decise di spostare il campeggio in un luogo più ampio, che avrebbe garantito l'accoglienza di un maggior numero di persone.

L’ingresso del campeggio di Villa Glori – Fonte: Roma sparita

Il campeggio, tuttavia, chiuse dopo qualche decennio, per cui oggi molti ne hanno perso memoria, ma è interessante rilevare che, nelle piante del Catasto Moderno, sono ancora presenti tutti gli edifici che, complessivamente, costituivano le strutture del campeggio, inclusi quelli dei quali oggi non rimane traccia.

Nell’immagine che segue e usando la pianta presa dal Geoportale Catastale di Roma, ho quindi provato a collegare gli edifici riportati nel catasto e oramai spariti – evidenziati in rosso – con il ruolo che avevano e, laddove possibile, con alcune foto trovate in rete, la maggior parte delle quali provenienti dall’Archivio Storico dell’Istituto Luce. Ovviamente è un tentativo, visto che per le strutture sparite non esiste una reale documentazione, per cui mi sono basato sui ricordi di amici e su alcune ipotesi rese possibili dalle foto trovate.

Per gli edifici esistenti – evidenziati in verde – mi sono invece limitato a indicarne il ruolo, visto che essendo ancora presenti, in toto o in parte, è possibile vederli dal vivo, senza la necessità di ricercare foto storiche o attuali.

Pianta del Catasto Moderno, con evidenziati le strutture del campeggio

Tornando agli edifici oramai spariti, abbiamo:

(1) il bar e spaccio del campeggio, la cui collocazione è pressoché certa e per il quale, oltre alla foto storica, ho aggiunto anche quella di ciò che rimane dell’insegna, reperto che si trova nel versante che scende verso Viale della Moschea, quindi nel ben noto bosco della Regina Elena.

(2) I bagni, che dalla mappa catastale sembrerebbe fossero in due posti differenti, cosa del tutto ragionevole vista l’estensione del campeggio, e che sono individuabili dalla stessa forma che sembrano avere i relativi edifici. L’attribuzione delle foto storiche, tuttavia, l’ho fatta quasi a caso, dato che l’unico elemento che da esse si rileva è una diversa struttura, cosa che appunto farebbe concludere che una è relativa a uno dei bagni e l’altra all’altro.

(3) Il campo di bocce, anche se qui siamo nel campo delle ipotesi, visto che l’unica testimonianza è una foto storica e, sulla mappa catastale, una zona che sembrerebbe avere qualche somiglianza con quella che, appunto, può sembrare un’area ludica, peraltro più isolata rispetto agli altri edifici, cosa ragionevole se questa fosse un’area di gioco e quindi rumorosa.

Quasi tutti questi edifici sono poi presenti in una foto aerea scattata dall’Aeronautica Militare nel 1960, presa dall’Aerofototeca Nazionale, che vedete qui sotto e nella quale ho evidenziato tali edifici.

Foto aerea scattata dall’Aeronautica Militare nel 1960

Interessante anche il fatto che il campeggio era dotato di un ufficio postale, ospitato in una tenda, e di un piccolo edificio nel quale c’era un ufficio di cambio valuta gestito dalla Banca Nazionale del Lavoro.

Da segnalare che, a partire da maggio 2024, la casa del guardiano del campeggio è stata interessata da un profondo restauro e il 16 giugno 2025 inaugurata come centro estivo, per poi essere destinata a Centro Giovani dopo l’estate.

La casa del guardino del campeggio, fotografata il giorno prima dell’inaugurazione

Per chi volesse poi approfondire l’argomento, ma anche per una descrizione completa e accurata della zona, consiglio la lettura dello studio “La tenuta di Monte Antenne e i Prati dell’Acqua Acetosa”, nel quale ci sono alcuni degli elementi descritti nel post e molto altro ancora.

Infine, per chi volesse avere un’ulteriore testimonianza di come si svolgesse la vita nel campeggio, segnalo questo bel video, sempre dell’Istituto Luce.

sabato 28 giugno 2025

Il Belvedere

Tra il 1785 e il 1789, il principe Luigi Pallavicini acquistò le vigne di Monsignor Saliceti, di Michele Capocaccia e di Domenico Calzamiglia, dando di fatto vita all’embrione di quella che, nel tempo, sarebbe diventata Villa Ada Savoia, così come ho raccontato con maggior dettagli nel post sulla storia della villa.

Per i lavori di sistemazione, il principe chiamo l’architetto francese Auguste Chevalle de Saint Hubert, che già operava a Roma, dove si era trasferito dopo aver vinto il “Prix de Rome”, con l’idea di creare un parco ispirato ai criteri formali e geometrici in voga in quei tempi, tipici appunto dei cosiddetti giardini all’italiana, al quale poi affiancò Francesco Bettini, curatore di giardini autodidatta.

I due si trovarono quasi subito in forte rivalità, con Bettini che criticava l’opera del francese, grandiosa nell’impostazione, ma con scarsa attenzione e conoscenza degli aspetti botanici, tanto che, a detta di Bettini, tutte le piante volute da Hubert erano morte in poco tempo.

Con l’architetto francese, dopo poco, sorsero dei contrasti, sembra peraltro per futili motivi, tanto che il principe lo licenziò, sostituendolo con Francesco Bettini, creatore autodidatta di giardini, al quale fu anche affiancato l’architetto Carlo Puri Demarchis, già alle dipendenze del Principe Pallavicini.

Bettini cambiò subito l’impostazione voluta dal francese, orientandosi su un approccio all’inglese, che si ispirava all’eclettismo, abbandonando le forme geometriche a favore dell'accostamento e dell'avvicendamento di elementi naturali e artificiali, dei quali peraltro oggi si trovano alcune tracce – poche, per la verità – nella parte compresa tra il Belvedere e il confine della villa con Villa Elena, verso Via Panama, dove sono rilevabili le tracce di alcuni dei sentieri dell’epoca.

Lo schizzo del progetto del Belvedere

Oltre alla sistemazione del parco, comunque, si deve a Bettini anche la progettazione del Belvedere, chiamato a volte anche Rondò, il cui schizzo del progetto originale lo vedete nell’immagine qui sopra, custodita nell’Archivio Doria-Pamphilj e del quale, purtroppo, oggi non rimane molto, essendo del tutto sparita la bella griglia con le piante rampicanti, al centro della quale c’era l’apertura che consentiva l’affaccio sul bosco sottostante, rimanendo solo la balaustra in ferro che proteggeva e sosteneva le piante e la parte sottostante, che si può vedere bene solo dal viale che scende verso il bosco e, infine, l’area circolare che rappresentava il perimetro del Belvedere.

Il Belvedere, così come appare oggi

Concludo, dicendovi che la struttura circolare del Belvedere è anche rintracciabile nella pianta del Catasto Gregoriano del 1816, che ho evidenziato in rosso e che mostra, accanto a esso, anche il Il Tempio di Flora, coevo e progettato e realizzato dal Saint Hubert, e il Casino Pallavicini, più antico, dato che era il casino nobile della vigna Calzamiglia e che sarà poi chiamato Villa Maria dai Savoia e oggi proprietà privata dei loro eredi.

Pianta del Catasto Gregoriano, con evidenziati alcuni edifici

domenica 22 giugno 2025

Quando a Villa Ada si produceva (forse) il vino

Quel che resta oggi dell’edificio al servizio della vigna

Probabilmente per volere di Vittorio Emanuele II – non ho trovato documenti al riguardo - all’interno di Villa Ada fu impiantato un piccolo vigneto, nella zona del Colle del Roccolo, sul versante che degrada verso Via Panama, che però non ebbe lunga vita e non è neanche ben chiaro se poi, dalle uve, si sia mai effettivamente prodotto il vino.

Assumendo che la vigna fu voluta da Vittorio Emanuele II, resta poi anche il dubbio sul fatto che questa sia stata manutenuta è sfruttata nel periodo che va dal 1879 al 1903, quando la villa appartenne, nell’ordine, a Giuseppe Telfener, a sua suocera Eveline Visera e alla Banca Romana, fino a quando, a maggio del 1903, i Savoia si ristabilirono nella villa per formalizzarne poi l’acquisto nel 1904.

A sollevare ulteriori dubbi sull’epoca di impianto della vigna, ci sono anche le piante del Catasto Gregoriano del 1816 e del Catasto Rustico, nel suo ultimo aggiornamento del 1903 nessuna delle quali riporta l’edificio al servizio della vigna – si vedano le due immagini che seguono – che si trovava praticamente al suo centro e del quale oggi rimane solamente il rudere, come si può vedere anche in un mio video disponibile girato sul posto.

La pianta del Catasto Gregoriano, con evidenziata l’area della vigna

La pianta del Catasto Rustico, con evidenziata l’area della vigna

Ora, se è ragionevole che tale edificio non sia presente nel Catasto Gregoriano, visto che questo risale a ben prima che Vittorio Emanuele II acquistò la villa dalla famiglia Potenziani, è strana la sua mancanza nel Catasto Rustico, il cui ultimo aggiornamento coincide con l’anno nel quale Vittorio Emanuele II rientrerà nella villa, cosa che potrebbe suggerire alcune ipotesi:

(1) l’edificio fu realizzato precedentemente al 1903, da Vittorio Emanuele II o dagli altri proprietari, senza però darne comunicazione al catasto;

(2) l’edificio fu realizzato a ridosso del 1903, facendo mancare i tempi tecnici per il suo inserimento nel Catasto Rustico, cosa che implicherebbe che la sua costruzione avvenne nel periodo in cui la villa era della Banca Romana, che l’aveva acquistata nel 1898, ipotesi che a me pare decisamente poco probabile;

(3) l’edificio fu realizzato da Vittorio Emanuele III, quindi successivamente al 1903, anche se non si capisce perché avrebbe dovuto costruirlo se la sua intenzione fu poi quella di sostituire la vigna con un piccolo bosco di pini, a meno ovviamente che tale edificio non avesse un ruolo diverso da quello ipotizzato e fosse invece legato al cambio di destinazione dell’area. A sostenere tale ipotesi, comunque, ci sono due piante del fondo della Real Casa, custodito presso l’Archivio Centrale dello Stato, nessuna delle quali è datata ma che dovrebbero entrambe risalire all’inizio 900, nelle quali è menzionata la vigna ma non è presente l’edificio al suo centro, come vedete nella settima e ottava immagine, dove ho evidenziato l’area della vigna e altri riferimenti.

Pianta del Fondo della Real Casa, con evidenziata l’area della vigna

Pianta del Fondo della Real Casa, con evidenziata l’area della vigna

La seconda di queste piante è particolarmente interessante per tutte le annotazioni presenti, cosa che lascia supporre che fu usata da Vittorio Emanuele III al momento di rientrare in possesso della villa, quasi fosse una sorta di censimento di ciò che era presente e degli interventi che lui pianificò di fare.

A rendere il tutto ancora meno chiaro, cito anche la pianta della Real Casa, sempre custodita presso lo stesso fondo e anch’essa risalente ai primi anni del 900 – viene considerata del 1904, data della stipula del contratto di acquisto da parte dei Savoia, ma non ho trovato conferme in merito – che non solo non riporta l’edificio, ma nemmeno la vigna, come potete vedere qui sotto.

Pianta del Fondo della Real Casa, con evidenziata l’area della vigna

Insomma, sulle date, soprattutto su quella di costruzione dell’edificio, devo ammettere che non ho le idee chiare e, a meno di non trovare qualche documento presso i vari archivi dove ogni tanto mi reco, temo si debba rimanere nel campo delle ipotesi.

Quello che è certo, invece, è il fatto che la vigna fu progressivamente smantellata e per volere di Vittorio Emanuele III, come ci racconta Enrico D’Assia, figlio di Mafalda di Savoia, nel suo libro “Il lampadario di cristallo”, dove c’è il passaggio che vedete nell’immagine seguente e che testimonia la progressiva sostituzione della vigna con un piccolo bosco di pini.

Estratto dal libro “Il lampadario di cristallo”

Relativamente al mutare della vigna, dalla sua funzione originale alla trasformazione in bosco di pini, aiutano anche alcune foto aeree, rispettivamente del 1919, 1929 (presunta), 1942, 1954 e 1960, che vedete nel collage qui sotto.

Foto aeree dal 1919 al 1960, con evidenziata l’area della vigna

In tutte è chiaramente visibile l’edificio del quale stiamo parlando, mentre per quanto riguarda la vigna, la risoluzione delle foto non consente di capire chiaramente quando ci sia stata la sua trasformazione in boschetto di pini, visto che, se in alcune si rileva chiaramente la struttura geometrica dei filari, non è possibile però dire se si tratti effettivamente della vite o se siano i pini giovani, piantati seguendo la stessa struttura geometrica.

Da questo punto di vista, la foto del 1942 è forse la più indicativa, dato che mostra ampie zone scoperte, segno forse che transizione da vigneto a bosco era in corso, anche se poi, confrontando quella del 1954, dove il boschetto sembra decisamente folto, e quella del 1960, dove gli alberi risultano più diradati, viene il sospetto che, nel tempo, ci siano stai abbattimenti e nuove piantumazioni.

Interessante anche il fatto che l’edificio sia ancora censito nel Catasto Moderno, come si può vedere qui sotto, che riporta per esso il foglio 542 e la particella 4, mentre la zona dove sorgeva la vigna, alla quale è assegnata la particella 5, è chiaramente identificabile, con una forma del tutto simile a quella rilevabile dalle foto aeree.

La pianta del Catasto Moderno, con evidenziato l’edificio di servizio

A tale proposito, curioso il fatto – ma questo accade per altre proprietà interne alla villa – che la visura catastale riporti ancora una proprietà attribuita alla società Villa Ada 87 SpA, del costruttore Renato Bocchi, che aveva acquistato dalle eredi di Vittorio Emanuele III le loro proprietà, con la sola eccezione di quelle del figlio Umberto II che erano state confiscate dallo Stato nel 1948 in accordo a una delle disposizioni previste nella Costituzione italiana, tema del quale ho parlato in questo post.  

La visura dell’edificio di servizio

Insomma, una ricerca complessa e ricca di aspetti ancora da chiarire, per un’area e un edificio di non particolare valore storico, ma che hanno sempre suscitato la mia curiosità, un po’ per la sua collocazione, in una delle zone più selvagge della villa, un po’ per il fatto che l’edificio, quando si percorrono i sentieri, appare quasi all’improvviso, con un non so che di misterioso.

sabato 21 giugno 2025

Le vicissitudini di Parco Rabin e forse una spiegazione per i due muri su Via Panama

Nel Fondo della Real Casa – Patrimonio Privato, custodito presso l’Archivio Centrale dello Stato e purtroppo ancora non catalogato, se non in piccolissima parte, ho trovato, tra le altre cose, un’interessante pianta, datata 13 maggio 1939, che traccia con estrema precisione l’area della villa verso Via Panama, riportando non solo le strade al tempo già realizzate, ma anche tutte le particelle catastali nelle quali la zona era suddivisa, cosa che lascia intendere che la pianta in questione, come peraltro supportato da una nota a piè di pagina, potesse essere un estratto di un piano regolatore o di un’ipotesi del cambio di destinazione d’uso di alcune aree, dato che nella variante del piano regolatore del 1926 e nel successivo piano regolatore del 1931, l’area in questione veniva indicata come area di “Demolizione e ricostruzione intensiva.

La pianta dei piani regolatori del 1926 e 1931, con la legenda illustrativa

Comunque, quale che sia l’origine della pianta in questione, le informazioni racchiuse in essa sono molto interessanti per due diversi aspetti, collegati tra loro, che consentono di ricostruire un altro pezzetto di storia della villa.

Il primo, che a me ha peraltro sorpreso, è che già al tempo l’area su Via Panama che poi sarebbe diventata parco pubblico, successivamente intitolato, in occasione dei 100 anni dalla sua nascita, a Yitzhak Rabin, che fu il quinto Primo Ministro dello Stato d’Israele nonché premio Nobel per la pace nel 1994, era considerata come tale, come si può vedere nell’immagine seguente, che riporta la pianta in questione con alcune mie annotazioni, sulle quali tornerò più avanti.

Il pannello illustrativo posto all’interno di Parco Rabin


La pianta del 1939, con alcune mie annotazioni

Tuttavia, benché già nel 1939 si parlava di un parco pubblico, in anni decisamente più recenti il vincolo che destinava l’area a parco pubblico fu a rischio cancellazione, come si può leggere dall’articolo dell’aprile 2013 del quotidiano Metro, azienda purtroppo da poco andata in liquidazione.

L’articolo di Metro sul vincolo di Villa Ada

Tale rischio fu dovuto a una discrepanza tra il Decreto del 1954 che istituiva il vincolo, nel quale era chiaramente riportato che questo riguardava l’area verde fino al limite di Via Panama e la cartografia derivata dal Decreto, nella quale il confine del vincolo coincideva invece con il muro della villa.

Estratto dal Decreto del 17 maggio 1954

Fortunatamente, pochi mesi dopo e come raccontato da un altro articolo della stessa testata, datato novembre 2013, fu trovata la cartografia originale associata al Decreto, che riportava un confine coerente con quanto stabilito testualmente dal vincolo, salvando quindi Parco Rabin da possibili – e direi probabili – azioni speculative.

L’articolo di Metro sul ritrovamento della cartografia corretta

Il secondo aspetto, che a me ha intrigato assai di più, è legato all’area che al tempo si trovava tra il limite destro del parco pubblico, che sarebbe poi diventato Parco Rabin, e gli allora confini della villa, che nella pianta in questione è nella parte destra e, in un’ulteriore pianta, meno dettagliata e sempre custodita presso l’Archivio di Stato, è evidenziata in color fucsia.

La pianta del Fondo della Real Casa, con evidenziata la zona adiacente alla villa

Questa zona, una sorta di cuscinetto di separazione tra la villa dei Savoia e il parco pubblico, coincide quasi alla perfezione con l’area che oggi è compresa tra i due muri, il cosiddetto “muro moderno”, che separa la villa da Parco Rabin, e il “muro storico”, più antico e che si trova oggi all’interno della villa, come evidenziato dall’immagine che segue, ottenuta sovrapponendo la pianta con un’immagine satellitare presa da Google Earth.

Sovrapposizione tra la pianta della Real Casa e l’immagine presa da Google Earth

L’ipotesi che ho fatto, pertanto, è che i Savoia, in particolare Vittorio Emanuele III, decisero di acquistare questa zona cuscinetto più o meno contestualmente alla decisione, immagino del Comune, di istituire il parco pubblico e che, perfezionato l’acquisto, costruirono un nuovo muro per ridefinire i confini della villa, creando quella zona compresa tra i due muri, ancora oggi ben visibile e percorribile, come ho fatto in un mio video, nel quale percorro tale zona e ne racconto la storia.

A proposito del muro storico, inoltre, se l’ipotesi fatta fosse corretta, sarebbe confermato che la controversia che, a fine Ottocento, nacque tra il Conte Giovanni Campbell Smith de Heritz e Vittorio Emanuele II e relativa proprio alla realizzazione e alla conseguente suddivisione dei costi di un muro di separazione tra le proprietà dei due, fosse effettivamente riferita al muro storico, che avrebbe quindi più di 150 anni, cosa che giustificherebbe il suo stato attuale, con il muro interessato da numerosissimi crolli e, in alcuni tratti, quasi irrintracciabile.

Sempre in relazione al muro storico e a quello moderno, viene in aiuto anche una foto aerea del febbraio 1919, nella quale si rileva, grazie all’assenza della vegetazione, un buon tratto del muro storico, con la sua tipica forma arcuata, tratto che ho evidenziato in colore marrone nell’immagine seguente, mentre non è presente quello moderno, a conferma del fatto che quest’ultimo fu costruito successivamente.

Il muro storico in una foto aerea del 1919

Altro elemento da approfondire, ammesso ci si riesca e sempre assumendo la ragionevolezza dell’ipotesi fatta, è il perché dell’acquisto, considerando che in relazione all’estensione della villa, la zona in questione ne rappresentava una porzione irrisoria e, inoltre, non si ha traccia di un suo utilizzo da parte dei Savoia, né della costruzione di edifici o manufatti, anche se va detto che, non troppi anni dopo, gli esiti del conflitto e il successivo referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica, molto probabilmente scombinarono i piani della famiglia reale.

Forse – e sottolineo forse – i Savoia acquistarono quell’area solo per evitare che, essendo l’area edificabile, potessero sorgere edifici troppo a ridosso dell’allora muro storico, dai quali si potesse sbirciare all’interno di Villa Ada. Acquistandola, invece, considerando la presenza del parco pubblico, non ci sarebbe stati edifici nelle immediate adiacenze.

Comunque, e qui mi fermo, forse fu proprio l’acquisto della zona cuscinetto da parte dei Savoia che, creando una continuità tra Villa Ada e il parco pubblico su Via Panama, consentì poi di imporre il vincolo di intrasformabilità sull’intera area, cosa che forse sarebbe stata impossibile nel caso, tra le due, fosse rimasta una zona di separazione, probabilmente di proprietà di soggetti privati.